Il mio viaggio a… Londra, febbraio 2020 – 2° parte

Emozioni in giro per la capitale inglese: tra Griffin Park, London Eye, Sky Garden, Tower Bridge, lungo il Tamigi, fino al nuovo stadio del Tottenham e a casa del Leyton Orient.

0

“…And we’ll never be royalsIt don’t run in our bloodThat kind of lux just ain’t for us. We crave different kind of buzz. Let me be your ruler and if you call me Queen B, baby I’ll rule: let me live that fantasy… 

Mi sveglio così, nella mia stanza ad Earl’s Court: canticchiando “Royals” degli Struts, mentre faccio una doccia; scaldo l’acqua per il caffè nel bollitore, scarto un pastéis de nata preso al Tesco la sera prima e rispondo ai messaggi… “Piove ancora?”. No, per fortuna: la tempesta Ciara ha fatto un casino… mai presa tanta acqua! Ho i jeans ancora bagnati… “Itinerario di oggi?”. Nemmeno rispondo: sono già su Maps. Il grosso problema di Londra, è che è grandissima e ha tantissime cose da vedere… ero ottimista, quando avevo preso solo quattro giorni di ferie! “Buon lunedì!”: puoi dirlo forte, questo sì che è un bell’inizio di settimana; ma devo sbrigarmi: scatto una foto veloce e infilo il cappotto… 

Lunedì 10 febbraio 

Devo prima fare una cosa… 

Vado a prendere la Piccadilly Line in direzione “South Ealing”, poi il bus in direzione “New Road”. Quattro fermate e arrivo a Braemar Road. In un posto che, tra pochi mesi, purtroppo troveremo solo nelle cronache calcistiche britanniche: Griffin Park, lo stadio del Brentford. La partita col Leeds, del giorno dopo, è sold-out; impossibile anche entrare a dare un’occhiata. Il miracolo non riesce. Giro tutto l’isolato, palmo a palmo, fotografandone ogni lato. Trovo un muretto da cui si vede l’interno: vorrei arrampicarmici, ma ho troppa paura che qualcuno chiami la Police… L’impianto è tra le case. E la sua particolarità è anche quella di avere quattro pub ad ognuno dei suoi angoli: uno di questi, “The Griffin”, è legato al nome che gli fu dato, nel lontano 1904; il grifone è infatti il simbolo della locale “Fuller’s brewery”. È piccolino, incastonato fra le abitazioni (come dicevo), e fa meno di 13.000 posti: motivo per cui la proprietà ha (purtroppo) deciso di abbatterlo, per andare a giocare in un posto più grande e aumentare il numero di spettatori ed incassi. È un lato del calcio moderno che a me proprio non piace… Un’addetta alla security accetta di farmi una foto da fuori: per me è comunque una vittoria essere passata di qui. Entro allo store e prendo una bellissima maglia rossa della squadra per 45£. Mi allontano con una lacrimuccia… tra un po’, tutto questo, non ci sarà più…

Londra vista dal fiume e dall’alto… 

A parte questa parentesi calcistica, oggi voglio fare la turista “pura”. Mi allontano in direzione opposta e proseguo con la Piccadilly Line fino a “Gloucester Road”, dove cambio e prendo la Circle  fino a “Westminster Station”. Attraverso il Westminster Bridge e mi metto in fila per salire sul battello: mi aspetta infatti un breve giro del Tamigi. “Ciara” si fa sentire ancora: si addensano di nuovo le nuvole e ci sono raffiche di vento freddo: but I don’t care. Il capitano comincia a parlare con tono entusiasta e ci spiega ogni ponte sotto cui passiamo, a mano a mano che procediamo verso est e poi al ritorno. Si palesa il mitico Tower Bridge: che di notte, vi assicuro, è ancora più bello. Pochi temerari lì davanti a prua, a sfidare le intemperie: ma ne vale assolutamente la pena. Circa 40 minuti e si attracca di nuovo. Ma non ho finito: adesso si sale di quota… Adatta pure per chi soffre di vertigini: non si può non salire sulla ruota panoramica. Il London Eye è uno dei must di Londra e non tradisce minimamente le aspettative: la vista è mozzafiato! Gira molto lentamente, che non te ne accorgi nemmeno, e intanto ti godi la vastità di questa bellissima città. In quel momento puoi staccare da tutto, oltre a fare mille foto. Do not disturb. Scendi ed hai una sensazione di leggerezza addosso (che non sono necessariamente i kg persi per la fifa) ed un sorriso per il selfie perfetto. Entro a lato strada a mangiare un fish & chips: immancabile. La ragazza al bancone mi consiglia del mulled wine ed io le rispondo una cosa del tipo: <<No teso’, la morte sua is with polenta e gulash: trust me, is perfect!>>. Va bene una diet coke. Poi mi ricordo che ho un buono per un drink: ordino un gin rosé & prosecco, mi siedo vicino alla finestra, mi rilasso e mi sento come una regina… e la gentilissima barista mi fa la foto perfetta, col grandissimo lampadario alle spalle. Time out purtroppo: è ora di andare…

Ancora in alto e poi di nuovo per le vie della città… 

District Line fino alla fermata “Monument Station” e via in Fenchurch Street: ho prenotato la salita allo Sky Garden. Ottimo consiglio, anche perché è gratis. Il panorama che vedi a 360° dalle vetrate, dà l’idea dell’imponenza di questa città… e, nonostante le nubi e la pioggia non diano tregua, il sole fa capolino e si palesa tra i grattacieli e i ponti della metropoli: e il tramonto che ne consegue, sul Tamigi, è una scarica di emozioni. Fermate tutto: io non voglio scendere… Mi siedo tra le piante, sguardo fisso all’orizzonte: in mano, un altro gin rosé con bollicine che gusto lentamente… Don’t take me home… Invece mi tocca andare: perché tra poco farà buio. Cammino fino a Tower Bridge: la vista in notturna è speciale. Il fiume scorre lento, le macchine corrono e i grattacieli sono illuminati. Storia e modernità si mescolano: ma il risultato non stride affatto. Purtroppo la tempesta dà il suo colpo di coda e, nel giro di un quarto d’ora, Londra è di nuovo sotto raffiche di vento e pioggia battente. La stazione meno lontana è “London Bridge”: vado lì a piedi e prendo un treno per “St.Pancras”. Vado di nuovo a mangiare in quel locale che mi era tanto piaciuto, Piebury Corner: stasera ordino una tortina con carne di agnello e menta e una Camden non filtrata. Ho male ai piedi e sono bagnata fradicia… eppure mi sento la persona più felice del mondo!

Martedì 11: the last day here. 

No lunch today: ho di meglio da fare… 

Earl’s Court Pub, ore 9 a.m. Tavolo apparecchiato con una bottiglia di gin Sapphire, come porta fiori, e un bel piatto di full english breakfast, per iniziare l’ultima giornata. Poi via a prendere la Piccadilly Line: scendo a “Green Park”, salgo sulla linea Victoria e scendo alla fermata “Seven Sisters”; poi bus 149, invaso da un buon profumo di curry. Il quartiere è popolato da molti africani; ci sono botteghe colorate, tra pub e palazzi anni ‘70. Scendo di fronte allo stadio del Tottenham Hotspur: imponente, nella sua modernità! Ore 12: ho il tour guidato. Nell’attesa, visito lo store: e sarebbe stato meglio non l’avessi fatto… c’è l’imbarazzo della scelta: ci sono tantissime cose belle, anche della linea casual, a prezzi ottimi. Faccio il pieno: riempirò di nuovo il trolley e non riuscirò a chiuderlo! Poi ci raduniamo tutti ad un angolo: viene proiettato un breve filmato e la guida si presenta. Il mio pessimo inglese fa sì che io, nuovamente, capisca ¼ di quanto viene detto: ma percepisco il grande entusiasmo dalla voce, dalla cordialità e dai sorrisi. Saliamo subito ai piani alti e ci troviamo in tribuna: veniamo invitati ad urlare e, con nostra sorpresa, risuona l’eco; provo ad immaginare di assistere ad una partita qui, con altre 62.000 persone: l’effetto dev’essere impressionante! Passiamo dalle sale di lusso, dal bar, dagli spogliatoi, e scendiamo fino al campo: mi siedo sulla panchina e mi sento tanto come lo “Special one”. E i giocatori, da qui sotto, devono caricarsi a mille, con la bolgia che ci sarà sugli spalti. Non amo gli stadi moderni, a me piacciono gli old style: ma questo merita molto. È proprio bello! Sulle pareti dei corridoi interni, ci sono appese le foto del vecchio White Hart Lane. Una curiosità: in una sala al piano terra, adiacente allo store, c’è una sorta di colonnina, sigillata alla fine della costruzione dello stadio (12 dicembre 2018), la cui apertura è prevista dopo 50 anni; dentro ci sono biglietti con scritti pensieri, desideri e speranze di staff e tifosi.

Che fai stasera? Indovina…!?! 

Salto veloce in camera per posare la borsa, caricare il cellulare e prendere qualcosa per il mal di testa: c’è di nuovo vento forte e fa già freddissimo… Poi esco e arrivo con la metro fino alla fermata di “Holborn Station”, dove cambio e salgo sulla linea Central. Quaranta minuti in tutto e sono a destinazione. Squilla il telefono, è mia madre: <<Dove sei?>>. A Leyton, mamma… E lei, in accento romano: <<’n’altra partita de calcio pure oggi? Ma ancora non hai finito??>>. E giù una serie di parole affettuose… vezzeggiativi… ha praticamente recitato imprecazioni fino alla 3° generazione… No, mamma: chiudo in bellezza. Sono appena arrivata a Brisbane Road e vado a vedere il Leyton Orient. Oggi è matchday. Serie: League Two. Avversario: il Mansfield Town. Ritiro biglietto e match-programme al chiosco ed entro allo store a comprare una maglia: il rosso è una calamita, per me! Fuori: un anziano signore, con qualche pinta già in corpo, lancia dei cori. Passo i tornelli e sono dentro. Posso fare un paragone azzardato? Un “San Siro” in miniatura: ma agli angoli, non ci sono le rampe a chiocciola che portano al terzo anello; bensì dei condomini. È incastonato, anche questo, tra le case; con le finestre ai lati delle tribune. Tutto ciò è bellissimo: io adoro gli stadi così! Il vento spazza gli spalti, che però si riempiono: e mia madre non sa che non ci sono solo “maschiacci”; ma anche signore di mezza età ben vestite, con cappotto e scarpe in pendant. E tutti i presenti, dal più piccolo al più agée: incitano a gran voce. Atmosfera fantastica! Allo scadere del 1° tempo arriva il vantaggio degli home. Faccio in tempo ad alzarmi e raggiungere il baretto interno: ordino una pinta di rossa e una meat-pie con puré, inondata da una salsa burrosa al prezzemolo (tutta salute – tanto fa freddo). Riprende la partita e al 60° pareggiano gli away, con grande disappunto dei locals. La partita è molto combattuta: vale la pena stare lì a battere i denti. E al 74° un autogol dei giallo-blu fa esplodere i tifosi di casa. Gli O’s vincono. La luna piena fa capolinea da sopra alla tribuna opposta alla mia (che sono in Justin Edinburgh Stand): un quadro perfetto per ultimi romantici del calcio. Il mio viaggio si conclude nel modo migliore.

Lights will guide you home. And ignite your bones. And I will try to fix you 

Nella metro risuonano i Coldplay. È stato un viaggio breve, ma molto intenso. Londra è un caos bellissimo: e devo tornarci perché ho ancora troppo da vedere. Londra ti assorbe, ti vizia, ti coinvolge… Londra è quel posto dove forse non vivrei mai: ma continuerei a tornarci; un po’ come la città in cui sono nata (Roma). Le luci di Londra mi riporteranno qui, prima o poi. È sempre e soltanto un arrivederci, con la Gran Bretagna: questa terra che amo alla follia e che sto imparando a conoscere, visitandola pezzetto per pezzetto…