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giovedì 3 Dicembre 2020
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Il mio viaggio a… Edimburgo!

Alla scoperta di Edimburgo: tra pub, Welsh e Hibernian

8 ' di lettura“…I been hurting since I bought the gimmick. About something called love, yeah something called love. That’s like hypnotizing chickens. Well I am just a modern guy. Of course I’ve had it in the ear before…”

Non chiudo occhio da 14 ore: ho smontato notte. Mi metto in viaggio per Bergamo: occhiali da sole per assecondare un po’ di sonnolenza, caffè americano ad infusione continua per mitigarla, e Iggy Pop nelle orecchie per caricarmi. Direzione: Scozia. Glasgow, Dundee, ma soprattutto Edimburgo e Leith (la terra promessa). Comunque ci sta bene anche una birra sul volo, per preparare lo stomaco alla serata… “Ma quello che la gente dimentica è quanto sia piacevole: se no, noi, non lo faremmo. In fondo non siamo mica stupidi. Almeno non fino a questo punto e che cazzo!”: solo con questa frase di Irvine Welsh “Trainspotting”, che si riferiva ad altro, posso spiegarvi come si fa ad avere voglia di saltare su un aereo e non di andarsene a letto… Il calcio è una droga: e non riesco a farne a meno!Prologo semi-serio: la notte, i pubs e Cowgate

Entro all’Amber Rose pub. Le tv del pub sono sintonizzate su Inter-Borussia Dortmund. Incontro un gruppo di laziali: in mezzo ci sono dei miei amici, che mi presentano altri amici e finiamo davanti ad un Fish & Chips, che inondo con quella meravigliosa salsa all’aceto (HP sauce), e ad un paio di pint: welcome back in UK! La serata è giovane e ci spostiamo.

Sono le 23: il castello è illuminato, imponente e misterioso nella sua bellezza e grandezza. Se avete la fortuna di beccare un momento in cui la città è poco frequentata, magari ad un’ora più tarda di una sera meno piena di gente in giro, potreste avere il privilegio (o la sfortuna – punti di vista) di percepire il lontano suono di una cornamusa: vi guarderete intorno e vi chiederete da dove venga… Da qualche bar, probabilmente: o magari da qualche antro nascosto… Magari è quel ragazzo coi capelli rossi, che all’incirca nel 1500 venne mandato ad esplorare il tunnel costruito tra il castello stesso e (pare) Holyrood Palace: aveva con sé il suo strumento e suonava perché altri lo seguissero e non ne perdessero le tracce… Suonava, finché smise: nessuno lo trovò, ma molti giurano di udirne il suono malinconico, in certe notti che la luna si nasconde e il buio si fa più pesante…Non oggi. Attraversiamo George IV bridge, poi giriamo su Victoria St e andiamo al Liquid Room. Dentro altri italiani e i locals non battono ciglio, anzi: è pieno, suonano musica live e la movida è allegra. Scopro una limited edition di gin rosé scozzese e per me (che odiavo il gin) diventerà un must: ne ordino uno, secco e liscio. Cantiamo dietro alla band e ci divertiamo. Ne ordino un altro. E poi il 3°: quello della staffa. “Smonti notti, parti, sei in piedi da 36h, bevi due pinte e sei al terzo gin: al tuo posto, ero già in coma!”. Tesoro: invecchiare servirà a qualcosa!?!? These are away days: la stanchezza non è contemplata.

Ma sono le 2 a.m. e può bastare. Escono e, mentre li seguo, sento uno che urla: “Roscia, are you here too??”. Mi giro e ca**o, è “Mr. 2metri x 2”, un mezzo inglese trapiantato nella Capitale, su di giri di birra: sta intortando tre biondone scozzesi, che pendono dalle sue labbra. “Ti tratti bene vedo!”. Smarca le tre squinzie e fa per abbracciarmi: “I don’t give a f*ck of them: stasera non mi scappi!”. “Trust! Fidate!”. A differenza sua, l’alcool mi aumenta i riflessi: mi abbasso di colpo, evitandolo, e dribblo la gente verso l’uscita.

L’armadio non è altrettanto agile: urla da dietro e io lo saluto dispiaciutissima (come no!?!?). Con gli altri camminiamo veloce e ci perdiamo nelle strade della parte bassa… Sbuchiamo su Cowgate: guarda il caso! Per chiunque è una via puzzolenta dei bassifondi del centro. Per me no. Lì Mark Renton blocca la sua corsa contro un’auto e ride isterico al guidatore: la strada è quella, la corsa un po’ meno veloce, e alzando lo sguardo noto la mucca che entra nel muro da un angolo ed esce col muso dall’altro. Brilli, non fatti (come i protagonisti di “Trainspotting”). Drogati di calcio, non di altro. Risaliamo fino ad Haymarket e ci buttiamo a dormire… Benvenuti ad Edimburgo.

Persevered

Le nostre strade si incrociano sulla via per Glasgow e si separano quando io proseguo per Dundee. Rientro ad Edimburgo il sabato. Stavolta sono davvero da sola e ho il cuore a mille. Il baffuto gestore del B&B di York Plane mi ride in faccia: tifa Rangers e mi chiede cosa cavolo c’entri con quegli sfigati Hibs… poi mi suggerisce un futuro salto ad Arbroath: “Ma attenta perché lì affumicano pesce e puzzerai per almeno i successivi 2km!”.

Per la cronaca: tre mesi dopo il viaggio salterà per il lockdown… Anyway: sembra simpatico, ma ora ho altro da fare. Corro a prendere il bus 14 e scendo ad Albert Street, mi giro e vedo il mio sogno prendere forma tra le case. Percorro lentamente la strada, passo i pub di cui ho sempre letto sui racconti degli altri e di Welsh. E qui davanti a me, con la scritta “Persevered” in bella vista, col suo verde smeraldo a spiccare, c’è il posto che speravo di raggiungere da 20 anni, da quando vidi Begbie nella prime scene del primo film: Easter Road. C’è il sole, fa stranamente caldo, sale l’aria dal mare e si sta benissimo: Dio ha davvero messo il sole su Leith!

Matchday

Ritiro il biglietto, prendo il match program e vado allo store: una bambina nel paese dei balocchi. Gli lascio 130£: tra le migliori mai spese! Orgogliosissima soprattutto della mia maglia anni ’70, proprio come quella che indossa Franck nella partita a calcetto e che metterò quel pomeriggio. E di una felpa nera col ricamo verde laterale dell’arpa e dell’anno di fondazione, che non mi lascerà mai: nemmeno in una notte di Wembley, al seguito della nazionale inglese, o nel freddo dicembrino francese, al seguito di un’altra squadra. Oggi si gioca contro il Ross County. La gente affluisce numerosa. Molte famiglie. Di ultras non ne vedo l’ombra: ma forse perché l’avversario non è un acerrimo nemico o rivale. Oppure mi piace immaginare che molti dei “vecchi” siano un po’ come Franco: abbiano messo la testa (apparentemente) a posto. Ciò non toglie che l’atmosfera sia carica.

Prendo posto in West Lower, la tribuna alle spalle delle panchine. Il tifo si fa sentire, anche se partono pochi cori: ma ogni tanto, dai piani alti, si sente il ritmo di tamburi. Al 50° bomba di Horgan dal palo sinistro all’angolo destro; poi, al 56°, interno destro di Allan ad insaccarsi nuovamente alla destra del portiere. I biancoverdi sono in vantaggio 2-0! Sprecano tanto, ma l’importante è essere riusciti a fare gol. Peccato che al 74° i visitors accorcino le distanze con Graham e poi, al 90°, con Chalmers, pareggino. Damn: che beffa! Gli home iniziano così a lasciare le gradinate in anticipo sul fischio finale, sommergendo la squadra di mister Paul Heckingbottom di improperi; non a caso la panchina salterà circa una settimana dopo, causa pessimo andamento in campionato (una sola vittoria fino a quel momento – alla prima giornata). Io, però, seppure con l’amaro in bocca, sono ugualmente contenta di esserci stata.

Leith

“Non so mica se mi piace tifare per una squadra che vince”: così dice Renton. Il tifoso Hibs medio non anela a tutti i costi ad una vittoria: gode se vince, ma gli basta la partita. Abituati a conquistarsi ogni cosa, a provare a prendersela. Tifare Hibs è come un voto: anche se io non credo… O meglio: credo nel Dio pallone. E lo stadio è la mia Chiesa, dove canto forte con l’orgoglio in petto. Tifare Hibs è uno stile di vita: quello di chi non molla mai, soprattutto nei brutti momenti. “There’s class, there’s first class and then there are Hibs” disse Eddie Turnbull: a sottolineare l’orgoglio e il senso di appartenenza a quei colori, una categoria a parte, alimentati da una fede incrollabile.

Come Leith: una zona che sembra non entrarci nulla col resto della città, se non fosse che ne è l’appendice naturale, sviluppatasi nel porto e lunga fino al mare. Una zona dove è forte il sentimento di indipendenza, misto alla frustrazione di essere governati dall’inglese Londra. Una zona difficile: in cui chi ci lavorava si faceva il mazzo e per i giovani c’erano poche prospettive di farcela. Dove la vita era più dura. Dove rimangono oggi strutture in disuso e altre imponenti che mandano avanti l’economia. Dove oggi la vita è forse migliore: ma dove ci si sente comunque in un mondo a parte. Dove il sole va a sparire tra le onde, per poi tornare di nuovo a splendere ancora.

Nel dopo partita mi incammino lentamente lungo Newhaven Road e scendo fino a Pier Place: lì resto a guardare il mare, il faro e il bellissimo tramonto. Poi prendo il bus 11 e vado in Princess Street. La percorro lentamente, per buona parte, in mezzo al casino del sabato sera, coi colori della notte che si impossessa nuovamente della città vecchia sulla mia destra. Giro su St. Andrew Street, poi su York Place, direzione Elm Row, fino a Leith Street: mi fiondo in un Wetherspoon (una garanzia) e ordino una ale-pie. Poi incontro amici italiani di ritorno dalle Highlands: e finiamo la serata nel loro hotel, davanti ad un paio di bicchieri di ottimo gin all’arancia.Arthur’s seat & Calton Hill

Al centro della città, sella destra rispetto al castello e Royal Mile, c’è un posto che si chiama Holyrood Park. È meraviglioso perché sembra di stare in montagna. Sono tre colline, facenti parte di una tenuta di proprietà della famiglia reale: la più alta, circa 250m, si chiama Arthur’s seat. Dovete andarci: io avevo un paio di sneakers ai piedi e c’è un sentiero fattibilissimo (per quanto sterrato) da percorrere per arrivare in cima. Da lì: dominerete Edimburgo. C’è un panorama mozzafiato! Bello, quanto è forte il vento che vi travolgerà. Una sorta di polmone verde, con tanto di laghetti. Un piccolo paradiso insomma. Scesi da lì, vale la pena un passaggio a vedere l’edificio del Parlamento scozzese e soprattutto Holyrood Palace, un vero e proprio palazzo reale.

Pochi minuti a piedi sulla sinistra e, per la seconda metà del pomeriggio, è un must salire su Calton Hill. Se siete fuori forma atletica e per giunta fumate pure (come me): mi maledirete perché gambe e polmoni, con questa “doppietta”, imploreranno pietà. Sentirete l’alcool alle ginocchia, la mattina dopo (di acido lattico nessuna traccia – dopo 5 giorni lassù). Ma credetemi: è uno spettacolo imperdibile! Troverete il monumento all’ammiraglio Nelson: e non serve salire in cima alla torre, perché c’è un’ottima visuale anche dalla base. Sedetevi e guardate il sole tramontare: lì capirete una volta per tutte la magia e la grandezza di Edimburgo. Lì vi rendete davvero conto perché quella città, antica e moderna insieme, coi suoi miti, le sue strade, i suoi edifici e anche i suoi fantasmi, vi prende l’anima. Dominate nuovamente tutto dall’alto e, nuovamente, il panorama è mozzafiato. I colori caldi del tramonto, fanno il resto…

Coming back home again…

Il sole è andato. Le strade sono illuminate a notte. Il mio saluto alla città è con una Tennent’s: che loro non amano particolarmente e, anzi, si chiedono come facciamo noi ad amarla… noi, gente da spalti, che vive di calcio, cori, birra e Borghetti. Con lo zaino perennemente in spalla e l’adrenalina nelle vene. Mi si stringe il cuore: ma so che tornerò ancora, perché sono già due volte in due anni che ci metto piede. Non solo per gli Hibs e i racconti di Welsh: è camminare per quelle strade, che mi da forza e mi riconcilia col mondo. E ovviamente non mi fermo: due settimane dopo sarò di nuovo su un aereo, con direzione Londra e la “mia” Manchester; ma quella è un’altra storia… Always choose life!

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Ilaria Ciangola
Di Trento. O.S.S. in Pronto Soccorso. Tifosa e appassionata di calcio (italiano e internazionale), viaggi, Oasis e tutto ciò che è oltremanica.

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