Essere Paul Merson: quando i dèmoni uccidono il talento

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Ci sono uomini che ci nascono, sotto una buona stella. La fortuna non li bacia soltanto: ci limonano proprio, prepotentemente. La voce fuori campo all’inizio di Match Point, il capolavoro sfornato da Woody Allen nel 2005, te lo sbatte chiaro in faccia: “Chi disse preferisco avere fortuna che talento percepì l’essenza della vita“. Che succede, però, se sei sia bravo che fortunato? Se possiedi un talento bagnato dalla buona sorte?

Succede che potresti essere Paul Merson, non fosse che no, non lo sei. Perché, di quando in quando, non la sfanghi nemmeno se nasci con doti fuori dal comune sospinte da botte di culo siderali. Perché il carattere, quella voce che ti rimbalza dentro anche in questo preciso istante, può decidere di mandare tutto a puttane da un momento all’altro.

Essere un grande fantasista non basta. Non sempre, almeno. Paul è stata l’incarnazione più fulgida dell’uomo che dilapida tutto perché quella vocina – sì, sempre lei – viaggia ad intermittenza suggerendo fragilità, autolesionismo, isolamento sociale. Oggi è facile, per molti, additare Merson come il tipico ubriacone. Come il tossico di turno che si è meritato i drammi che gli hanno scalfito la pelle. Se l’è cercata potrebbe essere trending topic su Twitter.

Ma se si accetta di imbrattarsi le mani, di scavare sotto la cortina spessa del qualunquismo dilagante, nel pugno finisce che stringi qualcosa di diverso. Ti resta appesa un’altra verità. Quello di Paul è sempre stato uno straziante grido d’aiuto. Perché sei nato forte con il pallone tra i piedi. Perché quel talento hai saputo coltivarlo. Perché le due cose messe insieme non coprono la depressione dilagante.

Paul Charles Merson nasce il 20 marzo 1968 ad Harlesden, nel sobborgo londinese di Brent. Che il ragazzo abbia un futuro calcistico luminoso si intravede subito, nella City. Gli osservatori fanno la fila e se lo accaparra l’Arsenal. Farà tutta la trafila delle giovanili, poi esordirà nel 1985. Sul campo Merson è dominante: 120 reti in campionato ed una quantità di assist difficilmente conteggiabile. I suoi piedi sono il porto sicuro dove attraccare quando il pallone si fa incandescente. La sua visione di gioco, le sue letture, sono semplicemente di un livello superiore alla media. Di almeno tre gradini. Non è un vero dieci, ma non è nemmeno un attaccante puro: Merson abbina le due qualità in modo a tratti ingiocabile.

Ad Highbury i primi anni sono un’oasi che spreme e diffonde bellezza: Merson vincerà il titolo nella stagione 1989-90, quella ritratta in modo immortale in Febbre a novanta, il romanzo cult di Nick Hornby. L’idillio, tuttavia, è destinato a spezzarsi. Fuori dal campo Paul presta il fianco a tutte le sue fragilità, assecondandole. Semplicemente, non ha la forza per fare altrimenti. I tabloid lo sorprendono spesso a gingillarsi fino a notte fonda ne pub e lo accusano di essere eccessivamente dedito al culto della birra. Lui segna e mima il gesto di scolarsene una.

Merson mima il gesto della bottiglia dopo un gol

La boutade cede però rapidamente alla realtà. La cocaina dapprima affianca e poi rimpiazza l’alcol. Le scommesse diventano il corredo funesto di una vita che sta andando spedita a catafascio. Paul prova a raddrizzare la barra, ma non ce la fa. Agli allenamenti si presenta con gli occhi acquosi, si batte in pugni sulla testa e sul petto, per provare a scrollarsi il male che lo affligge. Si allontana dalla sua famiglia. Fugge dal giudizio degli altri. Ma se una bestia ce l’hai dentro, non esiste un luogo dove scappare.

Merson viene avviluppato dal dolore in un tragico giorno d’inverno. La vita è diventata un vicolo nero. Non si intravedono vie d’uscita. Si imbottisce di cocaina e superalcolici e si mette alla guida, schiantandosi volontariamente alla velocità di 140 km/h. Sopravvive miracolosamente e capisce di aver toccato il fondo. Si affronta allo specchio, per l’ennesima volta, ed ammette di avere un problema.

L’Arsenal lo butta fuori squadra e poi lo reinserisce. Quindi lo cede al Boro. A volte cambiare aria può far bene: nel North Yorkshire sembra ritrovare il vecchio smalto e le sue prestazioni tornano ad essere convincenti. Le piante infestanti, tuttavia, le devi estirpare alla radice. Sennò ricrescono. Paul precipita di nuovo nel vizio dell’alcol e amplifica un’altra delle sue debolezze: il gioco d’azzardo. Non si sa come, riesce comunque a metter via una convocazione per Francia ’98.

Merson con la maglia dei Villans

Dopo un solo anno lascia Middlesbrough per trasferirsi a Birmingham, sponda Aston Villa. Qui le cose sembrano andare per il meglio, ma un terribile infortunio quasi gli stronca la carriera. Costretto a casa precipita di nuovo e si affida alla sua unica vera consolatrice: la bottiglia. Incredibilmente riesce a tornare ancora, giocando per i Pompeys e chiudendo di fatto a Wallsal.

Quella di Merson resterà sempre una meravigliosa storia mutilata: difficile dire quanto avrebbe potuto fare, in più, senza che i dèmoni strisciassero nella sua vita semplicemente servendosi dell’ingresso principale. Eppure, la sua vicenda ci ammonisce circa la fragilità dell’esistere: ché si scrive “fortuna e talento”, ma non sempre si legge “felicità”.