Dennis Bergkamp: l’olandese non volante che fece decollare l’Arsenal

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Se vieni al mondo in una famiglia di calciofili, il tuo destino potrebbe essere segnato. Eppure non è detto che diventerai un astro luminescente del gioco più idolatrato del mondo. Magari ti accontenterai di sventolare la tua sciarpa in curva al sabato, intonando un coro sempre uguale a sé stesso. Oppure affonderai natiche e corpo dentro ad un divano sdrucito, una birra calda impugnata nella mano destra, l’hot-dog fumante sul tavolino di vetro del salotto, tv accesa sul prossimo match, tua figlia piccola che strepita nell’altra stanza e tua moglie – sì, proprio lei, ma che ti diceva il cervello quando hai detto sì, lo voglio? –  che ti domanda perché diavolo non fai mai niente a parte guardare lo stramaledetto calcio.

Ecco, rimuovi pure tutto. I tuoi sono dei pazzi furiosi, certo: pensa, ti chiamano Dennis in onore di Denis Law, leggenda imperitura del football britannico e pallone d’oro nel 1964. Il fatto però è che tu ci sei portato in modo innaturale. Hai certe movenze che ti portano a svariare per il campo smarcandoti a ripetizione. Il tuo controllo palla è sublime. E possiedi una tale tecnica…Gesù!

Nasci ad Amsterdam e lasciatelo dire: botta di culo siderale. Da queste parti è sorto il calcio totale. Con la maglia che reca l’effige del guerriero Ajace metti già in mostra tutti i pezzi pregiati del repertorio. Ti nota l’Inter: ti prende. A Milano passi un paio di anni, senza riuscire ad imprimere il segno del tuo talento.

Saltiamo avanti, al capitolo che ci interessa: 1995, Londra, Arsenal. Perché è qui che si consuma la magia. Qui dove dovevi arrivare. Casa ha la facciata biancorossa. Ma ancora non puoi saperlo. Per te sborsano quasi 20 miliardi di lire e saranno soldi davvero ben spesi.

Dennis a Londra: un conquistatore elegante

Ah, c’è quel piccolo particolare che non voli: te lo avevo accennato? Comunque la storia è questa: da giovane resti terrorizzato dopo che l’aereo su cui viaggi perde quota proprio sopra l’Etna, per poi rialzarsi. La superi dignitosamente, ma in occasione di Usa ’94 ricevi un colpo da cui non ti rialzerai più: sei a bordo con la nazionale ed un giornalista scherza in modo lugubre gridando “C’è una bomba!”. Cristo, da lì in poi ti muoverai solo in treno o in nave.

Lo sai? No, certo, non puoi. Allora te lo dico io: nella City diventerai oggetto di culto per i tifosi dell’Arsenal. Non è solo per tutti quei gol e per gli assist distribuiti senza sosta. Credo che abbia più a che fare con la felicità che regali attraverso la bellezza: quel tuo modo di accarezzare il pallone, i triliardi di finte, le imbucate, i cambi di gioco telecomandati…la gente ha bisogno di tutto questo. Conforta venire a sapere che esiste qualcosa di meglio. Che la felicità è ancora un luogo da abitare. Riempie il cuore e inumidisce gli occhi di gioia dopo una giornata andata a puttane.

L’Arsenal nel 1998: una squadra ingiocabile!

Diventare una grande stella del calcio richiede una combinazione perfetta di un gran numero di variabili: certo, il talento naturale aiuta, ma non è tutto. Nel tuo caso, a fare la differenza, dev’essere stata una passione ardente: la stessa che ti teneva incollato alle partite da bambino. Ecco il vero pezzo di magia: riuscire a non smarrire mai quel sogno. Difenderlo, coltivarlo, colorarlo a tuo modo. Incarnare un simbolo di classe ed eleganza in giro per il campo.

Se ti chiedessero mai di sintetizzare tutto questo, tu fagli vedere il gol al Newcastle. Sì, non essere immodesto: torna al 2 marzo 2002: Pirés che ti serve quel pallone in profondità, te che agganci con il sinistro a seguire, fai una piroetta intorno al difensore e trafiggi il portiere. Probabilmente la rete più bella di sempre in Premier per preparazione ed esecuzione. Una cosa del genere, per farla, devi prima riuscire a pensarla. Rimuginarla in una frazione di secondo. A te, numero 10, viene quasi automatica.

Fuori da Emirates oggi c’è una statua. Le persone si fermano e contemplano ancora la tua grandezza. Tre titoli, 4 FA Cup, altrettanti Community Shield, giocatore dell’anno nel 1998. Non hai più volato, è vero, ma da quelle parti non dimenticheranno mai come li hai fatti decollare.